Non usiamo i deboli come sgabelli per farci grandi

C’è chi fa uso delle “povertà” come uno sgabello per farsi grande e per farsi credere migliore degli altri. C’è chi si mette in cattedra. C’è chi esprime giudizi senza sapere o sul sentito dire. C’è chi sa e preferisce tacere la verità e i fatti.
Continuerò a lavorare con il sindaco, la giunta e miei collaboratori, come sto facendo da due mesi mantenendo un “profilo bassissimo”, senza esibizione di me e del mio lavoro di cui sono intimamente contento e i cui risultati vanno ben al di là delle apparenze di chi vede solo una parte modesta di ciò che accade.
Non ho sensi di colpa né frustrazione. Non racconto i miei passaggi in stazione né i miei incontri con le persone. Non ho lezioni da dare.
Ci sta il rischio dell’incomprensione, della narrazione ostile. Facendo politica nell’istituzione conosco l’uso in buona o cattiva fede di narrazioni fasulle o ipocrite, le strumentalizzazioni più o meno volontarie.
Sono stati mesi di impegno continuo, di presenza senza tregua in un’emergenza che si è aggiunta al quotidiano accompagnare altre situazioni difficili e invisibili (povertà, sfratti, licenziamenti …). 
Non sono tra coloro che trovano il tempo di scrivere continuamente quello che fanno: ho sempre confidato in una “verità” che va ben al di là dei racconti.
Ma questa è l’epoca del narcisismo “social”, dell’insulto libero via internet, del sentito dire, della speculazione, delle persone che non hai mai incontrato e che sanno dire cosa pensi, che parlano di te senza quasi conoscerti per un passa-parola mai verificato.
Ho un formazione scientifica, rigorosamente scientifica. Non amo le chiacchiere, sono sui problemi e provo a costruire soluzioni, ogni giorno.

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